Alzati e seguimi
Meditazione dopo l’Incontro Europeo di Parigi
Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.
Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».
— Mc 2, 13-17
“Che cosa cerchi?” è la domanda che frère Matthew ci pone nella Lettera da Taizé di quest’anno, riprendendo le prime parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni. È una domanda semplice, ma capace di scuotere tutto. Ognuno di noi la porta dentro in un modo diverso: qualcuno la sente come un’inquietudine, qualcuno come un desiderio, qualcuno ci vede dentro un’aridità e non sa dove cercare acqua.
Dopo l’incontro europeo di Parigi, abbiamo chiesto a chi ha partecipato di fare sintesi per vedere come hanno fatto esperienza di questa domanda nella propria carne. Questa meditazione raccoglie queste riflessioni e ve ne parlerà Andrea.
Vivere Taizé a Parigi per Capodanno è stato strano e bellissimo allo stesso tempo. Fuori c’era una città enorme, piena di luci, traffico, gente che correva ovunque. Dentro le chiese e nei luoghi degli incontri, invece, c’era un’atmosfera completamente diversa. Più lenta. Più vera. Taizé è un luogo dove puoi fermarti un attimo, dove puoi respirare.
Una di noi è arrivata a Parigi cercando proprio questo: il silenzio. Sentiva il bisogno di fermarsi, di staccare, di ritrovarsi con Dio lontano dal rumore. E frère Matthew ci ha confermato che questo bisogno è reale: in un mondo iperconnesso e in continuo movimento, è proprio nel silenzio che incontriamo veramente noi stessi e scorgiamo una realtà più grande. A Taizé ti ritrovi in mezzo a migliaia di persone… e c’è silenzio. Ma non è un silenzio vuoto: è un silenzio che ti fa incontrare te stesso, che ti fa venire fuori le domande vere, quelle che di solito copriamo con il rumore.
Quel silenzio, però, non è rimasto un fatto intimo. A Parigi ha scoperto che Dio la aspettava anche negli altri, nei volti, nella preghiera condivisa, in una comunità che non aveva cercato ma che le è venuta incontro. C’erano persone che vivevano la fede in modi diversi dal suo: semplici, autentici, a volte semplicemente diversi. E ha capito che Dio non si lascia chiudere nelle nostre forme. Ci chiama in modo personale, ma ci raggiunge attraverso gli altri.
È esattamente quello che accade nel Vangelo di Levi. Gesù non chiama Levi in un tempio, non lo cerca tra i giusti, non aspetta che sia pronto. Lo trova seduto al banco delle imposte, nel suo posto abituale, nel mezzo della sua vita così com’è, e gli dice una sola parola: “Seguimi”. Non gli chiede prima di cambiare. Non gli chiede di essere perfetto. Gli chiede di alzarsi.
Un altro tra noi è partito per Parigi con una forte aridità interiore, carico di ansie e di delusioni. Questo ragazzo sono io… Mi ero posto più volte la domanda “Che cosa cerco?”, cercando di capire che direzione dovesse prendere la mia vita e che ruolo avesse Dio in essa. Per questo la lettera di frère Matthew mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno: qualcuno stava dando parole a ciò che mi portavo dentro da mesi.
Frère Matthew scrive che quando cerchiamo di vivere con la fiducia della fede, a volte ci chiediamo: cosa vuole Dio da me? I desideri che abbiamo sono così tanti… Qual è la strada che posso percorrere con Dio?
Ed è stata la chiave di volta per vivere l’incontro in modo profondo. Dio mi pareva lontano, a volte la vita scorreva come se Dio non ci fosse. Ma qualcosa è cambiato: i raccoglimenti di preghiera, i canoni ripetuti all’infinito, gli altri giovani, le persone che hanno accolto, persino le fatiche del viaggio, tutto ha contribuito a rendere fertile il terreno. La svolta è stata riformulare la domanda: non più “Che cosa cerco?” ma “Che ruolo ho io nel progetto che Dio ha per la mia vita?”. Non ho trovato tutte le risposte, ma ora ho la sensazione di essere accompagnato. La sensazione di essere meno solo e più sicuro, perché ora so che ovunque andrò, Lui sarà con me.
Ecco il movimento di Levi che si ripete. Levi non sa dove lo porterà quel “Seguimi”. Non ha garanzie, non ha un piano. Ma si alza. E nel Vangelo di Giovanni ritroviamo lo stesso dinamismo: “Che cosa cercate?” chiede Gesù ai primi discepoli. “Maestro, dove abiti?” rispondono. E Gesù non dà una mappa, non dà istruzioni: dice semplicemente “Venite e vedrete”. Come scrive frère Matthew, queste due domande riassumono il processo di ricerca e scoperta della direzione per una vita con Cristo: si parte dai nostri desideri, dal nostro slancio verso una vita più piena, e si passa a confrontarli con la persona di Gesù.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo in questo Vangelo. Dopo che Levi si alza e segue Gesù, cosa succede? Si siedono a tavola. E a quella tavola non ci sono solo i discepoli: ci sono pubblicani e peccatori, gente imperfetta, gente che la società religiosa teneva fuori. I farisei si scandalizzano: “Come mai mangia con i peccatori?”. E Gesù risponde con parole che sono un abbraccio: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori.”
Frère Matthew nella lettera 2026, riprende questo stesso spirito quando scrive che la nostra povertà interiore può farci temere di non essere abbastanza bravi, e che questo spesso ci porta a mascherare chi siamo veramente nel profondo. Ma se accettiamo di stare con le mani vuote davanti a Cristo, Lui viene a riempirle, trasformando quella povertà a poco a poco.
Nella lettera ci ha colpito anche come la comunità abbia trattato il tema del mondo che soffre con dolcezza e fermezza allo stesso tempo, senza uno sguardo giudicante, ma con le braccia aperte all’accoglienza.
Non conta fare tutto alla perfezione. Conta ogni passo, anche se piccolo o storto. Conta alzarsi, come Levi. Conta mettersi in cammino, anche quando non si vede la meta. Conta sedersi a quella tavola sapendo di non esserne degni, e scoprire che Gesù ci ha già fatto posto.
Uno di noi ha detto: “Gesù mi chiede semplicemente di camminare – e di camminare insieme agli altri.” Un’altra persona ha scoperto che nel cammino, anche senza avere tutte le risposte, non si è soli. A Parigi abbiamo capito che tutti cerchiamo un senso di appartenenza, e che a volte sono gli altri ad aiutarci a scoprire chi siamo veramente. Attraverso gli altri potremmo sorprenderci nello scoprire qualcosa che non avremmo potuto trovare da soli.
Forse è questo il segreto della tavola di Levi: non è un banchetto per chi ce l’ha fatta, ma una mensa aperta per chi è ancora in cammino. Gesù non ci chiede di arrivare. Ci chiede di alzarci e di sederci accanto agli altri, con le nostre aridità, i nostri dubbi, i nostri desideri profondi, e di lasciarci raggiungere.
Per questo siamo contenti che il prossimo incontro europeo sarà in Polonia, in un Paese così vicino a una guerra che continua a far soffrire tante persone. Sarà un modo ancora più concreto per sentirci uniti, soprattutto tra Cristiani di tutte le confessioni, per pregare per la pace. Non in teoria, ma da vicino.
Che cosa cerchi?
La risposta forse non è una parola.
È un gesto: alzarsi, camminare, sedersi a tavola insieme.
E scoprire che Lui era già lì.
«Venite e vedrete.» — Gv 1, 39
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