MEDITAZIONE DELLA PREGHIERA DEL 13 MARZO 2026
Gesù giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».
— Gv 4, 5-14
Stasera, mentre ci raccogliamo in preghiera, il mondo fuori da queste mura è attraversato ancora una volta dalla violenza. Ai conflitti che già conoscevamo, la guerra in Ucraina, le ferite aperte in Palestina, si aggiunge ora lo scoppio di un nuovo conflitto in Iran. Una terra che negli ultimi decenni ha anche affrontato con molto dolore, la repressione di una dittatura violenta. E noi siamo qui, a pregare per la pace.
Ma dobbiamo chiederci con onestà: cosa significa pregare per la pace? Significa forse che, se preghiamo abbastanza, Dio farà smettere le guerre? Sarebbe bello pensarlo. Ma sarebbe anche una fuga dalla realtà, e dalla fede vera.
Dio non è un burattinaio. Quando ha creato l’essere umano, gli ha fatto il dono più grande e più rischioso che esista: la libertà. La libertà di amare o di odiare, di costruire o di distruggere. E questa libertà l’ha data a tutti: ai poveri e ai potenti, a chi semina pane e a chi semina bombe.
Dio non ritira questo dono quando i potenti lo usano male. Le guerre non accadono perché Dio le vuole, né cessano perché lo supplichiamo abbastanza intensamente. Accadono perché uomini e donne, liberi come noi, scelgono la strada della violenza. Questo non ci deve lasciare disarmati. Ci deve lasciare, però, con una domanda più vera: come possiamo noi, con la nostra libertà, lavorare per la pace?
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci mette davanti una scena straordinaria. Gesù, stanco e assetato, si siede a un pozzo in Samaria: territorio straniero, terra di chi è considerato diverso, nemico. E quando arriva una donna samaritana, Gesù non si alza, non si gira dall’altra parte. La guarda e le chiede da bere. Si mette in posizione di bisogno davanti a lei.
È un gesto che rompe ogni barriera: etnica, religiosa, sociale. Gesù non aspetta che il mondo sia già giusto per stabilire una relazione. La stabilisce adesso, qui, con questa persona concreta. E poi le parla di un’acqua diversa, un’acqua che non si attinge dal pozzo, che non si esaurisce, che diventa dentro di noi sorgente viva. Questa è la pace di Dio: non l’assenza di conflitto ottenuta per miracolo, ma qualcosa che nasce dentro, che trasforma chi la riceve e lo rende capace di trasformare il mondo attorno a sé.
Frère Matthew, parlando ai giovani radunati a Parigi, ha citato sant’Ambrogio di Milano: «Inizia l’opera di pace dentro di te, così che, una volta in pace, tu possa portare la pace agli altri.» Nella lettera 2026 ci racconta che una giovane donna, dopo la preghiera serale a Taizé, ha detto qualcosa di straordinariamente lucido: «Devo riconoscere la violenza che esiste in me, ma anche farla convivere con il mio bisogno di contemplazione.» Non ha represso quella violenza. L’ha guardata in faccia e l’ha portata davanti a Dio.
Perché è così facile, guardando le guerre, demonizzare chi le fa. Ma rischiamo di non accorgerci che dentro di noi abitano le stesse forze: la paura che diventa aggressività, il dolore che cerca un colpevole. La preghiera ci chiede di sostare davanti a queste forze senza lasciarle vincere, e senza ignorarle.
Frère Matthew a Parigi ci ha raccontato di essere tornato dall’Ucraina pochi giorni prima di Natale. Ha pregato sulle tombe di chi ha dato la vita per difendere la libertà del proprio paese. Ha visto case distrutte. Ma ha anche visto una vita che rinasce continuamente, che rifiuta di essere soffocata.
A Parigi, mille giovani ucraini si sono uniti all’incontro europeo. Sono stati accolti da famiglie che hanno aperto le porte a sconosciuti. Per quei giovani, essere accolti valeva doppio: perché erano stati invasi, perché avevano perso il senso che il mondo fosse un posto sicuro. Quella accoglienza è un gesto di pace concreto, che viene direttamente dal cuore del Vangelo.
Gesù ha fatto esattamente questo: ha attraversato confini che nessuno attraversava, ha stabilito relazioni con chi era considerato nemico, ha mangiato con gli esclusi. Non ha aspettato che il mondo fosse già riconciliato per agire da riconciliatore. Ha iniziato lui. In quel momento. Con la persona che aveva davanti.
La pace di Dio non è magica, ma non è nemmeno impossibile. È fatta di gesti concreti, piccoli, quotidiani.
Possiamo pregare: non perché Dio intervenga come un deus ex machina, ma perché la preghiera ci cambia, ci radica nella pace di Cristo.
Possiamo accogliere chi è in fuga, chi è diverso, chi porta una storia che non conosciamo.
Possiamo agire nella nostra vita quotidiana per costruire ponti dove c’è divisione: nei nostri quartieri, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro.
E possiamo sperare: non come fuga dalla realtà, ma come scelta di credere che la luce splende nelle tenebre, e che le tenebre non l’hanno sopraffatta.
Saremo anche noi tra coloro che fanno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri?
C’è un uomo che ha risposto a questa domanda con la propria vita. Dietrich Bonhoeffer era un pastore tedesco che, mentre Hitler saliva al potere, avrebbe potuto restare in silenzio o fuggire all’estero, come molti fecero. Scelse invece di restare, di resistere, di non diventare spettatore. Finì in carcere, e fu impiccato poche settimane prima della fine della guerra. Dal carcere scrisse che le persone salde sono quelle che trasformano la propria vita in una risposta alla chiamata di Dio: non spettatori, ma persone che si coinvolgono nel mondo per la salvezza altrui, gettando semi di speranza anche quando non vedranno il raccolto. E anni prima aveva detto: solo il cristiano può osare la pace a partire dalla fede. Non per perseguire sicurezza o scopi politici, ma annunciandola a partire dall’amore, con una fede semplice, capace di agire nella quotidianità, anche quando tutto sembra perduto.
Stasera, mentre cantiamo e stiamo in silenzio,
lasciamo che quella sorgente d’acqua viva zampilli dentro di noi.
E poi usciamo, pellegrini di pace,
ognuno a modo suo, là dove Dio ci ha posto.
Benedici noi, Dio d’amore. Attraverso lo Spirito Santo, guida sempre i nostri passi mentre camminiamo con Cristo Risorto. Fa’ che cerchiamo di diventare pellegrini di speranza, pellegrini di pace.
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