Vangelo di Matteo 11,28-30
«Portabile… non portabile… questo è il dilemma…»
Cari fratelli e sorelle,
«Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro».
La prima volta che ho scoperto questo versetto era sul frontone del tempio della mia infanzia. Ogni domenica varcavamo la soglia del tempio, incoraggiati da questa parola. Non so se gli altri parrocchiani ci facessero caso, ma io, leggendo quel versetto, mi chiedevo: «In che stato arrivo al culto? Sono stanca? Sono carica di pesi?». Da piccola non avevo l’impressione di essere stanca, almeno non fisicamente. Ma a volte mi rendevo conto che c’erano dei pesi nella mia vita: i litigi intorno a me, quella strana sensazione di non essere capita, le domande a cui non trovavo risposta, l’incertezza del mio futuro, e persino un sentimento lancinante di solitudine. E a volte uno scoraggiamento che cresceva sempre di più. Allora, certe domeniche, varcavo la soglia del tempio lasciandomi impregnare da quelle parole: «Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro». E quella parola mi appariva come un regalo. E speravo con tutte le mie forze di uscire dal tempio, un’ora dopo, con la mente e il cuore riposati.
Vi propongo questa mattina questa buona notizia, e di riceverla come un regalo, là dove siete adesso. Questa parola appartiene all’ordine dell’inatteso. È un’esortazione a fare diversamente, che obbliga a fermarsi, che ci invita a prendere coscienza del tempo presente e a staccarci dal tempo passato. Questa parola è qui per aiutarci a riprendere un po’ fiato, a esaminarci personalmente, e a individuare adesso ciò che ci manca.
«Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro».
In un’altra traduzione si legge anche: «E io vi solleverò». In altre parole: renderò più leggero ciò che state portando e che, in fondo, è troppo pesante per voi.
Ciò che è straordinario nelle parole della Bibbia è che si possono sempre comprendere sia in senso proprio sia in senso figurato. Quando ascoltiamo questa parola, possiamo visualizzarla. Possiamo cogliere come risuona in noi e quali immagini fa emergere in questo preciso istante. E da lì possiamo individuare personalmente il fardello che portiamo e che scopriamo essere troppo pesante.
Se entriamo nel dettaglio del testo, troviamo dunque questa formulazione: «Venite a me»… e poco più avanti: «Prendete il mio giogo»!
Due verbi all’imperativo! Un imperativo che ci rimanda a qualcosa di ineludibile e all’urgenza della situazione.
Questo imperativo, prima di essere un ordine, è anzitutto un invito. «Venite a me…». Si tratta di un movimento da compiere, di uno spostamento da fare. È un invito a decentrarci da noi stessi; è un appello a non guardare più soltanto a noi stessi, cioè a quello spazio più o meno ristretto che è la nostra persona, ma al contrario a spingere lo sguardo lontano, ad allargare l’orizzonte e a fissare la nostra attenzione su un uomo chiamato Gesù.
Quando siamo immersi nel cuore del quotidiano, assaliti da preoccupazioni di ogni genere, non sempre abbiamo la possibilità di prendere la distanza necessaria per analizzare la situazione che ci preoccupa.
Nel cuore degli eventi dolorosi della nostra esistenza, capita che ogni relazione con gli altri si spezzi, venga distrutta, e capita di non sapere più come ricostruirla.
Lo stesso accade con Dio, quando una mattina ci svegliamo e non riusciamo più a parlargli, non sappiamo più come pregarlo.
Allora risuona alle nostre orecchie questa frase forse dimenticata: venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi solleverò, io vi darò ristoro.
Questo invito a deporre tutto può offrire un vero conforto, nel nostro mondo moderno in cui non c’è quasi più tregua per nessuno. Il quotidiano è una lotta senza quartiere, in cui l’essere umano deve essere così performante da perderci la salute mentale e la salute fisica.
Non ci si può lasciar andare.
Allora si comincia ad apparire, a portare una maschera, a stare al gioco, perché in fondo è il nostro posto a essere in gioco. Bisogna lavorare per vivere. E allora bisogna fare buon viso.
Se il mondo sembra spietato sul piano della prestazione e della redditività, senza dimenticare la bellezza del corpo, noi stiamo al gioco alla perfezione, non lasciandoci andare mai. E questo vale non solo nel mondo del lavoro, ma anche nei nostri impegni personali, in famiglia, nella coppia, nella vita associativa. E anche la Chiesa ne fa parte. Ma anche la nostra società attuale, con il suo flusso di violenza che dilaga.
L’accumulo si fa sentire. Bisogna far fronte a tutto, ma il fardello si ammucchia sulle nostre spalle. Ed è lo squilibrio. Siamo semplicemente sul punto di cadere. E una volta a terra, rialzarsi non è così semplice.
«Venite a me, voi stanchi di questo mondo, voi delusi dalla vita, voi schiacciati dal dolore, voi oppressi dalla colpa, voi svuotati di ogni speranza, voi infermi nella fede e nell’amore, e io vi darò ristoro».
Ma non è tutto.
Se siamo invitati a deporre ai piedi di Gesù tutto ciò che ci ingombra, tutto ciò che è troppo pesante, tutto ciò che ci fa male, siamo invitati in cambio a prendere il giogo. Ma non un giogo qualsiasi.
Prendete il mio giogo sopra di voi, ricevete i miei insegnamenti. Letteralmente: «Imparate da me». «Mettetevi alla mia scuola», possiamo leggere in un’altra traduzione.
Proprio quando abbiamo voglia di deporre il fardello, ecco che dobbiamo prendere il giogo. E sentiamo questa parola in modo negativo, e abbiamo ragione. Il giogo è appunto sinonimo di schiavitù, di servitù. Ricorda il pezzo di legno che serve ad aggiogare i buoi: niente di molto allegro!
È perché forse, anzi sicuramente, ignoriamo un altro significato della parola giogo.
La parola giogo, in greco, indica la vera relazione che esiste tra un maestro e un servitore, cioè tra due persone di classi sociali diverse. Questa relazione si stringe in una saggezza e in una riflessione autentiche.
Ora, ciò che vale per due persone di classi sociali diverse vale anche per due persone di sesso diverso, di culture diverse, di origini diverse, di religioni diverse, e persino all’interno di una stessa confessione con posizioni teologiche diverse. Portare il giogo insieme significa osare una relazione vera con l’altro, con le difficoltà vissute nel momento presente.
Significa parlare, discutere, magari anche scontrarsi, ma anche chiarire, prendere distanza per una decisione migliore, un orientamento migliore. E questa parola «venite a me» detta da Gesù mi sembra svolgere il ruolo del «terzo protettore», un elemento filosofico che prendo in prestito da Emmanuel Lévinas: un elemento che permette di guardare la realtà in faccia, di confrontare le nostre idee con quelle dell’altro, di mettersi a distanza, di prendere le distanze, e di ricevere il discernimento di una parola da dire o di un’azione da intraprendere, frutto di una riflessione o di un dialogo. Questo atteggiamento permette insieme di tenere i piedi per terra, di conservare la ragione, di prenderci le nostre responsabilità, cioè di dare la nostra risposta. È questo il ruolo che svolge la fede, se crediamo. Ed è ciò che ritroviamo in questo invito a venire a deporre tutto presso Cristo Gesù. In fondo, ciò che Gesù cerca di dire ai suoi discepoli, a quelli che lo circondano e a noi oggi, è questo: deponete ai miei piedi i vostri fardelli e portate al loro posto qualcos’altro che viene da me, qualcosa che in ogni caso sarà più leggero di ciò che state portando.
«Mettetevi alla mia scuola». È l’immagine dell’insegnamento che appare qui. Abbiamo ancora e sempre da imparare da Gesù, nella nostra vita di fede e nei nostri impegni, nella nostra costruzione personale, e per questo non c’è età. Abbiamo tutto da imparare sulla relazione autentica con l’altro, e il Vangelo ce ne offre esempi infiniti: Gesù non smette di alleggerire le relazioni con l’altro. Penso alla donna adultera liberata dalla sua colpa, al Samaritano liberato dal peso della legge, a Lazzaro liberato dai legami della morte, a Giàiro liberato dal dolore per la morte della figlia, alla donna emorroissa liberata dal peso della vergogna e della colpa, a Tommaso liberato dal suo dubbio e a Pietro liberato dal suo rinnegamento.
Fratelli e sorelle, lungo tutto il suo ministero Gesù non smetterà di volgersi verso i piccoli, in ogni ambito. Si avvicinerà a coloro che soffrono, qualunque sia la loro sofferenza, a coloro che sono assetati di libertà, a coloro che hanno fame e sete di giustizia. Non smetterà di incontrare gli storpi della vita, i ciechi e i paralizzati dell’esistenza, i malati d’amore e d’affetto, gli umiliati e gli offesi, messi al bando dalla società. Ciascuno a modo suo, ne facciamo parte.
Gesù è venuto per testimoniare con parole e opere che è possibile una relazione più semplice tra Dio e l’essere umano. È venuto a portare una parola liberante che restituisce all’essere umano la sua dignità, che lo aiuta a rialzarsi se è a terra, ad avanzare se non riesce più a camminare, ad amare di nuovo se l’odio lo divora, a perdonare se il rancore è tenace.
Mi sembra che siamo invitati a ricevere in questo senso le parole «il mio giogo è dolce e il mio carico leggero». Ricevere questa parola è ricevere il riposo.
Abbandonarci a lui con piena fiducia, pur riconoscendo la nostra vulnerabilità, ci permetterà di fortificarci nella fede. Potremo far fronte a ciò che ci circonda solo se accettiamo di essere insieme consolati e consolidati.
Siamo invitati a compiere questo movimento verso di lui, ricordando che la nostra integrità è custodita. Colui che ci chiama è mite e umile di cuore. È anzitutto rispettoso dei nostri modi di camminare, perché ha scelto di camminare al nostro stesso passo. È di una pazienza infinita. Sa che ci vorrà tempo, forse tutta una vita, ma vuole che crediamo che è possibile, perché vuole che neppure un capello del nostro capo vada perduto.
«Vieni a me, tu che sei stanca, tu che sei carico, io ti darò ristoro, io ti solleverò».
Agli occhi di Cristo, distinguere in noi ciò che si può portare da ciò che è insopportabile non è mai un’ammissione di debolezza, ma una prova di fiducia e persino… di buona salute!
Amen.
