Febbraio
Ci sono molte situazioni in cui la vita ci rende consapevoli della fragilità della nostra condizione umana: quando perdiamo una persona amata, quando dobbiamo assistere, senza poter fare nulla, alla sofferenza di un altro o a separazioni dolorose. Tuttavia, tali esperienze non sempre ci allontanano della nostra felicità.
Ma quando siamo colpiti noi stessi da un fallimento che ci rimette in discussione, da opposizioni apparentemente insormontabili, da una malattia che ci priva delle possibilità di vita, da rotture affettive che ci fanno vedere i nostri limiti, da una tristezza che ci toglie la gioia di vivere, possiamo essere, a volte giustamente, sconvolti e travolti: possiamo avere l’impressione di raggiungere il fondo di un pozzo dove la vita non ha più nessun significato.
Avendo vissuto una situazione simile di disperazione, il salmista rende grazie già nei primi versetti. Egli, che aveva detto “mai potrò vacillare”, si rende conto di quanto fragile sia stata la sua felicità quando Dio gli sembrava assente, nel momento in cui il Signore ha “nascosto il suo volto”.
Ma nella sua disgrazia, che vede come legata all’esperienza dell’assenza o addirittura dell’abbandono di Dio, egli non cessa di chiamarlo, chiedendogli di venire in suo aiuto. Osa chiedergli: “Quale guadagno dalla mia morte?” Si tratta di una rivolta analoga a quella di Giobbe (Giobbe 10,8) davanti all’incomprensibilità di un Dio creatore che sembra permettere la sofferenza e la morte della sua creatura.
Eppure, nella sua ribellione, sa una cosa: Dio, che con il suo “sì” alla nostra esistenza ci ha liberamente creato e sostiene il nostro essere, aspetta con impazienza la nostra risposta e trova piacere nella nostra lode. Allora gli chiede: “Potrà ringraziarti la polvere?” Questo è un tema che si può trovare altrove: l’uomo provato ricorda a Dio che i morti non lo lodano più. (Salmo 6,6; 88,11-13; Isaia 38,18)
Sperimentando che Dio risponde alla sua chiamata, il salmista ritrova la fiducia che Dio vuole per noi una pienezza di vita, e che questa vita sarà la sua lode. I salmi descrivono spesso Dio come “lento all’ira e grande nell’amore”. Qui, senza nulla togliere alla serietà del sentimento d’abbandono da parte di Dio, il salmista dice che, anche se Dio può sembrare a volte assente, “la sua collera dura un istante, la sua bontà è per tutta la vita”. Noi diremmo, forse con un linguaggio meno bello ma più chiaro: l’impressione della sua assenza passa, la sua presenza invece rimane per sempre.
Così guarito, rimesso in piedi e sollevato con l’aiuto di Dio, il salmista si ritrova a ballare con gioia e scopre di avere motivi per cantare Dio “senza tacere” e lodare Dio “per sempre”. E come cristiani, possiamo aggiungere che attraverso la comunione nella risurrezione di Cristo, questa lode continua anche dopo la morte.


